Le sei del mattino. Tutto è ancora buio, la fuori. È notte, ancora. Mentre qui dentro il desiderio è già sveglio. Ci sono le cose da fare. Vestite e calzate. Ma c’è anche una presenza inquieta, ancora informe, che urge. È il desiderio che non si vede ancora allo specchio. So che è lui che comanda. Più che gli aspetti esecutivi della giornata.
E mi spinge a scrivere e a disegnare, magari solo scarabocchiare, alla ricerca di una forma, di un volto. Per poter chiamare le cose per nome.
Capisco che è qui la mia ricchezza più intima e vera. Questa pressione interna che non equivale ancora ad un progetto ben architettato. Una pressione, piuttosto, in cerca di un progetto. Del suo progetto.
Bussa insistente alla porta dell’intelligenza e dell’immaginazione. Le sollecita a partorire tentativi e interpretazioni.
È lì la mia giovinezza. È lì il luogo dove incontro me stesso, oltre il già fatto, oltre ciò che già esiste.
È quella la punta avanzata dell’Essere. È da lì che scruto il futuro. E tento di disegnarne i tratti, con gesti che non sono ancora nomi.
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